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Forfettario o ordinario: quando conviene davvero

Redazione Aggiornato al

La scelta tra regime forfettario e regime ordinario incide in modo rilevante sul reddito netto di un titolare di partita IVA. Non esiste una risposta valida per tutti: il fattore decisivo è il rapporto tra i costi effettivi sostenuti e la deduzione forfettaria riconosciuta dal coefficiente di redditività.

Come funzionano i due regimi

Nel regime forfettario (Legge 190/2014) l’imponibile si ottiene applicando ai ricavi un coefficiente di redditività che varia in base al codice ATECO. Sull’imponibile, al netto dei contributi previdenziali, si applica un’imposta sostitutiva del 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni di nuova attività). I costi effettivi non sono deducibili: la loro deduzione è già “incorporata” nel coefficiente.

Nel regime ordinario si deducono i costi realmente sostenuti e i contributi previdenziali, poi si applica l’IRPEF a scaglioni: per il 2026, 23% fino a 28.000 €, 33% fino a 50.000 € (aliquota ridotta dal 35% dalla Legge 199/2025, Bilancio 2026) e 43% oltre, più le addizionali regionali e comunali.

Il fattore decisivo: i costi reali

La logica è lineare. Se i costi effettivi sono inferiori alla quota di reddito che il coefficiente considera già non imponibile, il forfettario è quasi sempre più conveniente. Se invece i costi reali sono elevati, il regime ordinario consente di dedurli per intero e può ribaltare il confronto.

Per un professionista con coefficiente del 78%, il regime riconosce forfettariamente il 22% dei ricavi come “costi”. Se i costi reali superano stabilmente quel 22%, l’ordinario inizia a diventare competitivo.

Due esempi a confronto

Si considerino due professionisti con 50.000 € di ricavi, coefficiente 78%, imposta sostitutiva 15%, contributi alla gestione separata (26,07%), addizionali 2,5%.

Caso A — costi reali bassi (8.000 €):

  • Forfettario: imponibile 39.000 €, contributi 10.167 €, imposta sostitutiva 4.325 €, netto ≈ 27.508 €
  • Ordinario: imponibile 31.051 €, IRPEF e addizionali ≈ 8.223 €, contributi 10.949 €, netto ≈ 22.828 €
  • Conviene il forfettario, con un vantaggio di circa 4.700 €.

Caso B — costi reali alti (30.000 €):

  • Forfettario: l’imponibile resta 39.000 € (i costi non si deducono), netto ≈ 5.508 €
  • Ordinario: imponibile ridotto dai costi reali, netto ≈ 11.016 €
  • Qui conviene l’ordinario, perché la deduzione integrale dei 30.000 € di costi pesa più della tassazione agevolata.

Il punto di pareggio dipende dai parametri specifici. Per confrontare i due regimi sui propri numeri è disponibile il calcolatore forfettario vs ordinario, che evidenzia il netto in tasca in entrambi gli scenari.

Oltre il puro calcolo

La convenienza fiscale non è l’unico criterio. Vanno considerati anche:

  • la possibilità di dedurre detrazioni personali (spese mediche, mutuo, ristrutturazioni), che nel forfettario sono in larga parte precluse perché il reddito è tassato separatamente;
  • la gestione dell’IVA, assente nel forfettario;
  • la semplificazione contabile, più marcata nel forfettario.

Per chi gestisce l’apertura o il passaggio di regime, i servizi di gestione fiscale online seguono adempimenti e dichiarazioni con un commercialista dedicato: è possibile confrontare i principali servizi per la partita IVA .

Domande frequenti

Con molti costi conviene sempre l’ordinario?

Tendenzialmente sì, ma il confronto va fatto caso per caso: incidono il coefficiente di redditività, l’aliquota contributiva e le detrazioni personali disponibili.

Le detrazioni IRPEF si possono usare nel forfettario?

In linea generale no, perché il reddito forfettario è soggetto a imposta sostitutiva e non concorre alla base IRPEF su cui operano le detrazioni. È un elemento che può spostare la convenienza verso l’ordinario.

Cambiare regime ogni anno è possibile?

Il passaggio è possibile nel rispetto delle regole di accesso e permanenza. Per i requisiti di soglia si veda la guida al regime forfettario 2026.

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